1970 il Brasile è per la terza volta campione del mondo di calcio (noi ce lo ricordiamo bene ), un bambino non pensa che la campionato, mentre i genitori scappano lasciandolo dal nonno che vive solo. La dittatura avanza silenziosa.
Piccola storia minimalista ad altezza di bambino, una intera estate disorientato e solo, il nonno morto improvvisamente, i genitori letteralemnte spariti, immerso in una città enorme come San Paolo, in un quartiere a lui estraneo, fra genti che hanno riti a lui sconosciuti, fra una miriade di etnie e nazionalità che si sono fuse, diverse tra loro, ma eguali nella terra che li ha accolti.
E’ un piccolo apologo del multiculturalismo, della convivenza civile tra persone di estrazione culturale e religiosa differente.
Efficace la rappresentazione del quartiere ebraico, le difficoltà del ragazzino nell’adeguarsi, la quotidiana vita di quartiere con tutti i passaggi (un po’ scontati) della storia di formazione e crescita (quasi classiche le sequenze riguardanti i primi bollori adolescenziali). La soluzione della storia è un po’ affrettata e certamente non chiara.
Il calcio è un vettore di unione nazionale, per cui italiani, neri, ebrei, slavi etc. sono tutti una nazione, ma è anche un mezzo per distogliere l’attenzione su cosa capita nel paese, l’avanzata della dittatura non emerge mai chiaramente dalle parole degli adulti, ma è filtrata solo dalle persone che sono costrette improvvisamente ad “andare in vacanza”. E il bambino è come un simbolo del paese, raccoglie informazioni spezzate, piccoli segnali di inquietudine oltre la coltre del quotidiano andare avanti, cerca dei punti cardinali per orientarsi all’interno di una vita che è radicalmente cambianta anche se non sembra, fino a che la piena presa di coscienza non avverrà con una tragedia irrecuperabile.
Il primo atto di eccezionalità è l’esercito in mezzo alle strade (cavoli come mi sembra già sentita questa cosa!), ottima l’idea di stare addosso ai cavalli in quelle scene.
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L'estate in cui i miei genitori andarono in vacanza
#2
Inviato 03 June 2009 - 09:17 PM
Sono sostanzialmente d'accordo con la nostra Tiresia!
Discreta questa pellicola brasiliana che inquadra una situazione socio-politica controversa … mentre il Brasile del calcio si invola verso un titolo mondiale (ai nostri danni, sigh) lo Stato Brasile è in peina dittatura.
Emozioni che si mescolano, viste dagli occhi ingenui del bambino protagonista, trovatosi tutto d’un tratto solo in un mondo nuovo senza più affetti.
Il momento più bello è senza dubbio il contraltare tra le immagini dei festeggiamenti dei campioni del mondo ed il doloroso ricongiungimento familiare, ma ci sono altre sequenze ben fatte, anche se la regia non mi è sempre sembrata incisiva ed in grado di scavare come avrebbe potuto.
Un film piccolo, ingenuo, sincero, abbastanza toccante, lontano da noi, ma probabilmente apprezzabile anche per questo.
Discreta questa pellicola brasiliana che inquadra una situazione socio-politica controversa … mentre il Brasile del calcio si invola verso un titolo mondiale (ai nostri danni, sigh) lo Stato Brasile è in peina dittatura.
Emozioni che si mescolano, viste dagli occhi ingenui del bambino protagonista, trovatosi tutto d’un tratto solo in un mondo nuovo senza più affetti.
Il momento più bello è senza dubbio il contraltare tra le immagini dei festeggiamenti dei campioni del mondo ed il doloroso ricongiungimento familiare, ma ci sono altre sequenze ben fatte, anche se la regia non mi è sempre sembrata incisiva ed in grado di scavare come avrebbe potuto.
Un film piccolo, ingenuo, sincero, abbastanza toccante, lontano da noi, ma probabilmente apprezzabile anche per questo.
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